Claudia Battistoni

Professional Gestalt Trainer
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Sono Claudia e ti do il mio benvenuto,
le parole sono il mio nido e i ricordi la culla dei miei sogni. Per questo motivo ho deciso di non annoiarti con i miei studi e miei titoli, per quelli potrai curiosare sulla pagina dedicata all’interno del mio sito.
Ho deciso invece di raccontarti una storia preziosa. E’ nei frammenti di queste parole che ci troveremo. Fanne buon uso.
Sono fatta del crepitio del caffè la mattina presto e dell’odore di pasta di mandorle la domenica a Portonovo, con i sandali spolverati di zucchero a velo.  Dell'odore di lavanda rubata al tramonto dagli occhi del contadino, dello scricchiolio dei vetri rotti dopo una tempesta, sono fatta di pagine strappate, e sottolineate, del chiarore della luna.
Cresciuta con il tichitichitichiti della macchina da cucire di mia nonna, il suo sorriso luminoso quando trovava sempre un modo per sistemare le cose e inventare una storia nuova. Le bastava vedere il mio viso più scuro e mi trascinava a poco a poco in un vortice di misteri e poesia, mentre piano con le mani incurvate, regalava raffinati dettagli alle signore del paese adornandole con abiti incantevoli.
Durante i nostri pomeriggi insieme due poltrone e una coperta diventavano una casa nella prateria, le piante del salotto si trasformavano in un giardino segreto dove sussurrare parole magiche alle rose, e gli avanzi delle sue stoffe, abiti pregiati da principessa.
Ogni storia era una pozione magica, in grado di guarire qualsiasi ferita. Mani piccoline come le fate, e tichitichitichitichitichitichiti. I miei pomeriggi da bambina avevano questo sfondo.

E tichitichitichitichitichitichiti

Lenù era la sarta del paese. Occhi veloci, cuore intatto. Ultimo piano in via Rossini, dentro a quei 20 metri fili, stoffe, ritagli, ditali, pizzi. Il caffè che sbrodolava di continuo i fornelli.
In quegli abiti intrecciate c’erano la poesia e il silenzio, il borbottare della caffettiera sempre accesa per tutti e il laborio silenzioso di una formichina. E il pedaliere danzava sotto i suoi piedini numero 35, e io la guardavano imbambolata, con la bocca aperta, mentre sfilavo le imbastiture e raccontavo della maestra Mary.
E tichitichitichitichitichitichiti. Una vecchia macchina da cucire Borletti color verde bottiglia, incastonata dentro un forziere. Legno chiaro, che ogni sera lucidava e copriva dalla notte. E tichitichitichitichitichitichiti.
Era magica. Magici erano tutti i suoi ditali di ferro nella sua scatolina di cartone a fiori. Magica quella spoletta a cono bianca, che saltellava irriverente scrollandosi di dosso il suo abito di fili.
Le cose non hanno sempre avuto il sapore di quei giorni, per anni mi sono nutrita anche di rabbia e malinconia, non è facile per la poesia trovare il posto nel mondo.
Ho faticato a trovarlo anche io.
Mi sentivo collegata con un filo invisibile a tutte le persone, sentivo di dover fare qualcosa, di raccontare l’amore, di parlare alle rose, ma tutto ciò che facevo era sempre diverso da quello che gli altri si aspettavano da me.
Ho avuto amori impossibili, tormentati, una notte nel pieno della disperazione è arrivata anche una figlia ribelle con gli occhi grandi come biglie e le fossette sulle guance tonde. Ho pianto incessantemente alla fine di un libro per un finale inaspettato. Ho desiderato.
Ho conosciuto tanti maestri. Tante storie. Ho curato ferite. Ho lasciato curare le mie ferite.
 
Ho visto lacrime, e sorrisi, e donne rialzarsi coraggiose. E persone arrabbiate, e bambini tristi. E vecchi che guardavano lontano. E padri impauriti, e figlie perdute.
E c’è una frase che custodisco con me e che mi aiuta sempre con tutte le persone che incontro. Si trova in una delle lettere che Rilke scrisse ad un giovane poeta:
“Abbi pazienza con tutto ciò che è irrisolto e cerca di amare le domande”
Imparare ad amare le domande forse è il compito più difficile che come essere umani possiamo darci. Sempre presi a cercare risposte veloci, terapie brevi, pozioni esatte. Non amiamo perdere tempo, perché lo abbiamo svenduto per un pò di denaro.
Amare le domande per me significa amare chi le fa, e ringraziare per questo prezioso dono. Significa tessere quei fili con cura e gentilezza, e permettere all’altro di ritrovare la sua storia nei tanti frammenti dei suoi racconti. Di dare coerenza, di restituire la “buona forma”.
E significa anche provare a suggerire nuovi racconti, nuovi finali, nuovi colpi di scena, nuove erbe da mettere nella pozione. Dopo ogni incontro anche le mie storie si nutrono di nuove parole, e imparo qualcosa in più.
"Identificare le parti, lasciare che esprimano le proprie esigenze.
E infine trovare un posto per ciascuna di esse nella comunità del Sé.
Sentirsi intero nonostante questa diversificazione interiore
è una delle fide più importanti della nostra vita"
Erving Polster, Ogni vita merita un romanzo, 1988

Una domanda può aprire varchi, riflessioni, può arrivare fin sotto la pelle, solleticare il coraggio, calmare l'ira. Le domande permettono alle nostre convinzioni di farsi da parte e di aprirsi al possibile. Le domande permettono di apprendere, di immaginare, di trovare il proprio posto nel mondo. Forse è questa la mia personale pozione magica.
 
E ora voglio fartene una: che senso può avere tutto questo per te? 
Qualsiasi cosa tu possa aver trovato qui, Fanne buon uso,

Claudia

Ognuno di noi è artista della propria vita:

che lo sappia o no,

che lo voglia o no,

che gli piaccia o no.

Zygmunt Bauman